Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera, Rai Movie, ore 23,25.
Film che fondò, nell’anno 2003, il culto del regista coreano Kim Ki-Duk presso il pubblico arthouse di casa nostra (anzi, europeo). Titolo interminabile e iperdidascalico, che già molto ci dice del film, anche troppo: di un film che buddisticamente affronta in forma di parabola esemplare il ciclo della vita, l’eterno ritorno, la circolarità degli eventi umani e cosmici. Allora sembrò un capolavoro e suscitò ondate di incontenibile entusiasmo, anche per la squisitezza formale di cui Kim Ki-Duk diede prova (inquadrature perfette di pittorica ispirazione, location – un tempio buddista su un lago – così belle da rasentare la ruffianeria per quanto d’autore). Un monaco bambino e un monaco anziano che gli comunica nientemeno che il senso della vita (altro che Monty Python, qui si fa sul serio). Assistiamo dunque all’infanzia del discepolo (Primavera), al suo incontro con l’amore (Estate), alla caduta nella colpa dopo aver commesso un omicidio e all’espiazione (Autunno), al suo invecchiare e all’accoglienza di un bambino nel monastera (Inverno e nuova Primavera). Che dire? A me pare un po’ invecchiato, di quei film che mostrano presto le rughe, che fanno il botto al momento poi si spengono. Sono passati dieci anni e anche il culto di Kim Ki-Duk ha subito un certo ridimensionamento. Da vedere-rivedere per verificare oggi l’effetto che fa.
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