Morto a 76 anni, investito al Pireo da una moto mentre attraversava la strada. Incredibile fine, di una banalità urtante e inaccettabile, intollerabile, per Theo Angelopoulos, uno per cui la definizione e la fama di maestro del cinema non erano usurpate, perché, semplicemente, lui un maestro lo era davvero. Autore di film alti, altissimi, che tendevano al sublime e talvolta l’hanno raggiunto. Angelopoulos l’austero non si è mai mischiato al cinema corrivo, basso, mai è sceso a compromessi, mai a cedimenti, credendo fermamente che quella di girare film fosse arte, ricerca del grande e del bello, atto di creazione. Uno degli ultimi autori puri. Nel corso di una carriera decollata negli anni Settanta ha messo a punto uno stile non confondibile e non assimilabile a quello di nessun altro, ogni suo lavoro portava l’impronta, il marchio Angelopoulos. Piani sequenza interminabili che tutto rendevano epico e maestoso, girati con un virtuosismo tecnico da lasciare senza fiato. Con quella capacità di penetrare l’anima greca, della sua Grecia, una Grecia pochissimo mediterranea ma più interna, montuosa, introversa, fredda, pietrosa, scabra. Epiro e Macedonia. Uomini e donne che si muovono in grandi spazi come sgomenti e attoniti. Dispersi. Avvolti nelle spire di una macchina da presa lenta e sinuosa che sa trasformare ogni movimento di persone e cose in coreografia (vedere l’incredibile sequenza iniziale degli scontri per strada in Lo sguardo di Ulisse). Un linguaggio che molto aveva preso in origine da Antonioni e dall’ungherese Miklos Jancso, ma che poi era diventato solo suo. Noioso Angelopoulos? Ridondante? Retorico e magniloquente? Di molte cose l’hanno accusato i suoi detrattori, ma i suoi film resteranno. Angelopoulos resterà. Delle sue innumerevoli opere (La recita, Paesaggio nella nebbia, L’eternità e un giorno, Il passo sospeso delle cicogne, e altro) amo particolarmente Lo sguardo di Ulisse, con quel viaggio dalla Grecia su su nei Balcani appena usciti dalla glaciazione sovietica, un viaggio nella neve, nell’acqua e sull’acqua, fino alla nebbia di Sarajevo, e come dimenticare quella statua di Lenin adagiata sul barcone che scorre lento lungo il Danubio. Ogni tanto ne rivedo qualche pezzo – l’arrivo a Bucarest, il ballo della comunità greca sul Mar Nero – e resto ammaliato. Poi c’è quella folgorazione, a metà anni Settanta, nel vedere La recita che ci dispiegava davanti un cinema, un modo di fare cinema e di raccontare la storia, che prima non avevamo mai visto e neppure creduto possibile. Grazie Angelopoulos.
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