Bordella, Iris, ore 23,03.
Sembra incredibile, eppure ci fu un tempo in cui Pupi Avati – sì, il cantore della borghesia piccolissima e l’autore del cinema più perbenino che c’è – passava per regista trasgressivo e i suoi film se la dovevano vedere con la censura. Accadde nel 1976 a questo suo Bordella, ritirato, tagliuzzato e rimesso poi in circolazione, con tanto di denunce agli attori per oltraggio al pudore. Scandalizzò – ma vi pare possibile? – che il film (scritto anche da Maurizio Costanzo, e già questo) raccontasse minimi fatti e misfatti di un bordello per signore aperto da una multinazionale a Milano. Pretesto naturalmente per mostrare una galleria di ritratti maschili variegati e tendenti al freak sociale, tutti in offerta e in vetrina nel postribolo stracarico di specchi, lampadari e vecchi decori bagasciosi. Naturalmente altrettanta ironia viene esercitata sulle clienti ricche, emancipate o semplicemente ciniche, modellate sul prototipo cinematografico della sciura milanese codificato da Mariangela Melato in Travolti da un insolito destino e ancora prima dalla Franca Valeri di Il vedovo. Cast pazzesco, Luigi Proietti, Gianni Cavina e un giovanissimo Christian De Sica non ancora re della commedia bassa. C’è anche Taryn Power, la sorella frikkettona di Romina. Stravaganza. Pochissimo visto (fu un flop clamoroso). Però il Pupi Avati di allora aveva delle genialate e ricordiamoci che seppe confezionare un piccolo capolavoro come Le case dalle finestre che ridono.
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