I compari, Iris, ore 0,29.
Uno dei titoli massimi del miglior Robert Altman, quello degli anni Settanta che riusciva a infilare uno dopo l’altro film di vertiginosa qualità come questo I compari (McCabe & Mrs. Miller), e poi Anche gli uccelli uccidono, Images, Gang, Nashville. A rivederli oggi c’è da rimanere sbalorditi di cosa sia stato capace allora, e in un arco brevissimo di anni, Altman. Del 1971, I compari è un western molto, molto sui generis che, vista l’aria di quel tempo, non poteva che essere revisionista del mito della frontiera. Siamo nel primo Novecento, all’estremo Nord, in un paesaggio perennemente innevato e sporcato della polvere di carbone di una miniera (è l’unico western immerso nella neve che io ricordi insieme al meraviglioso Il grande silenzio di Sergio Corbucci). Una furba coppia – lui un avventuriero truffatore, lei maîtresse – mettono su un bordello per i minatori della zona, e fanno subito un mucchio di soldi. Naturalmente susciteranno invidie e avidità, e non tarderanno ad arrivare i guai. L’ambientazione di ghiaccio e fuliggine rende plumbeo l’intero film, scardina i canoni del western bruciato dal sole, immerge cose e persone in una dimensione di alterità. Qui eroi e controeroi vagano in uno spazio ostile che sembra inghiottirli tutti e farsi esso stesso destino, segno di un limite invalicabile. I protagonisti sono una coppia che allora era tale anche nella vita, Warren Beatty e Julie Christie, con lei volitiva e determinata fino alla spietatezza a far da motore tra i due. Finirà male. E l’ultima scena con lei abbandonata nella fumeria d’oppio gestita dai cinesi in città, comunica un senso di sconfitta definitiva, di resa, che non si dimentica. Capolavoro, ma davvero (e c’è pure la musica di Leonard Cohen).
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