Io sono – Storie di schiavitù, documentario di Barbara Cupisti, Rai 3, ore 23,00.

Strana e anche bella storia quella di Barbara Cupisti, attrice negli anni Ottanta di pellicole di genere, soprattutto horror, con Fulci, Lamberto Bava, Dario Argento, Umberto Lenzi, e approdata da qualche anno alla regia di documentari. Docu che toccano sempre temi socialmente rilevanti e sensibili, come Madri del 2007, forse il suo più famoso e premiato (David di Donatello incluso), che alterna le voci e le facce di madri israeliane e palestinesi che hanno perso i loro figli in scontri armati, nell’interminabile conflitto che oppone i due popoli. Questo Io sono (bel titolo davvero) è stato presentato a Venezia il settembre scorso a Controcampo Italiano, la sezione, anzi ghetto, in cui sono confinate molte e anche non omogenee tra loro produzioni del nostro paese, ed è rimasto oscurato, sommerso dalla ipertrofica programmazione del festival. Anche, uno dei molti titoli italiani visti al Lido sull’immigrazione (Terraferma, Il villaggio di cartone, Io sono Li, Là-bas), tema che sembra aver occupato, invaso, la mente dei nostri cineasti. Io sono ci mostra uomini e donne che sono venuti in Italia dall’Africa, Asia, America Latina spinti dal bisogno e dal sogno di una vita più decente. La macchina da presa di Barbara Cupisti guarda, osserva, riprende immagini, volti, corpi, voci, flussi di parole, senza che mai la regista intervenga con la sua presenza. Uomini venuti dal Kashmir e intrappolati a Crotone su una nave-discarica. Donne somale, trans brasiliani, prostitute nigeriane. Difficile evitare in questi casi l’esotismo e il voyeurismo travestiti da impegno social-umanitario, difficile realizzare un film che si sottragga al pietismo, alla lacrima ricattatoria. Cupisti ci prova, con pudore e uno sguardo trasparente. Anche con uno stile e un linguaggio. Questo Io sono merita di essere visto.
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