California Poker (California Split), Rai Movie, ore 1,40.
Strepitoso Robert Altman del suo periodo aureo, quello dei primi anni Settanta, quando infilò una sequenza vertiginosa di film enormi (compresi alcuni capolavori): Mash, I compari, Anche gli uccelli uccidono, Images, Il lungo addio, Gang, Nashville. E questo California Poker, anno 1974. Da restare senza fiato, davvero. Qualche settimana fa al Festival di Torino gli hanno dedicato una retrospettiva, dove penso sarà stato incluso anche questo film, uno dei migliori mai girati sulla febbre del gioco e i casinò e che conta su una coppia di attori in stato di grazia, George Segal e Elliott Gould, allora interprete altmaniano per eccellenza. Il primo è un giornalista stufo del mestiere e voglioso di fughe, il secondo un giocatore di poker professionista, un po’ cialtrone. Si conoscono, si alleano, vanno insieme a Reno, siedono al tavolo da poker, vincono, perdono, rivincono e sbancano. Altman sa raccontare i pieni, i climax (le partite, le vittorie) e i vuoti (le pause, i durante, i prima e i dopo) con la stessa maestria, e si lancia in una destrutturazione-ristrutturazione del tessuto narrativo, come farà l’anno dopo e più clamorosamente in Nashville. Ma non è un gioco cerebrale e pesante, Altman queste oparazioni le fa senza saccenteria e grevità didascalica, con distacco e dandistica nonchalance. Lo sappiamo che è un grandissimo, converrà non dimenticarlo.
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Quell’anno, di Altman, era uscito anche “Gang” (non uno dei suoi film più alti, ma comunque sempre un gran bel film, con una Louise Fletcher che svettava su tutti gli altri attori).
Quel 1974 era per il cinema americano – e per noi – un anno di grazia. Proviamo a ricordare quante perle riuscimmo quell’anno a infilare nella nostra collanina hollywoodiana:
“Chinatown” (uno dei noir più belli della storia, dove nemmeno un frame o una sola sillaba sono fuori posto).
“La conversazione” e “Il Padrino II” (i due film di Coppola che amo di più).
“Sugarland Express” (secondo me, ancora oggi il miglior film di Spielberg).
“Frankenstein Junior” (di Mel Brooks; credo che tutti qui dentro l’abbiamo già visto e rivisto almeno cinque volte).
“Voglio la testa di Garcia” (un sommo Peckinpah con un Warren Oates semplicemente perfetto).
“Una calibro 20 per lo specialista” (l’esordio/botto di Michael Cimino. Il primo film con un Eastwood versione II – come lo conosciamo e amiamo oggi).
“Alice non abita più qui” (uno Scorsese d’annata, con una Ellen Burstyn che con questo film avrebbe poi stravinto l’Oscar).
“Perché un assassino” (un bellissimo thriller politico di Alan J. Pakula, un grande regista ingiustamente mai entrato nell’olimpo dei maestri perché non si era arruffianato con i critici della stampa engagè. Suoi anche “Una squillo per l’ispettore Klute”, “Tutti gli uomini del presidente”, “La scelta di Sophie”, “Presunto innocente”, “Giochi d’adulti”, “Il rapporto Pelican”).
“Lenny” (un bio di Bob Fosse sulla vita di Lenny Bruce – il Giorgio Gaber americano di quegli anni – con un Dustin Hoffman strepitoso, allora eccezionalmente – e stupendamente – doppiato da Gigi Proietti e non dall’abituale Ferruccio Amendola. Allora Proietti non era ancora rincoglionito e venduto alla tv e prometteva persino di diventare l’erede di Gassman, pensa te).
“Monty Python” (l’esordio cinematografico dei mattacchioni surreali britannici che prima di allora avevano deliziato per anni gli abbonati della BBC).
“Prima pagina” (uno dei migliori remake dello stesso cinema americano, da una pièce geniale di Ben Hecht, precedentemente già portato al successo nel 1931 con Pat O’Brien e Adolphe Menjou. Una perfetta fusione tra comedy, cabaret e slapstick dove non si sa mai chi tra Hecht, Wilder, Lemmon o Matthau avesse più meriti degli altri tre. Una sorta di “Insoliti ignoti” americano dove ogni singolo minuto ci sono almeno tre battute e controbattute).
Da quel lontano 1974 sono passati 37 anni. All’epoca il cinema americano era capace di regalarci più di una dozzina di capolavori – tutti solidamente radicati nella storia e nella nostra memoria. Chi sa cosa ricorderanno di Hollywood i nostri figli e nipoti nel 2048…
Ci sono in questa lista molti film che amo (Chinatown, IL padrino ad esempio), qualcuno, pochi, che amo di meno (Lenny: Bob Fosse aveva fatto di meglio secondo me con Cabaret). Però d’accordo, grande annata. Altman in quegli anni era in stato di grazia, vado pazzo per ‘Anche gli uccelli uccidono’ e ‘Images’.