Profondo rosso, Iris, ore 22,55.
Obbligatorio. Il capolavoro del primo (e migliore) Dario Argento, quello che aveva reinventato il thriller sadicizzandolo e italianizzandolo, e però ancora si atteneva a un pur minimo schema narrativo classico, prima di sprofondare nell’orrore assoluto, fine a se stesso, autistico, celibe, di Suspiria e seguenti. C’è una misteriosa casa, che è una villa liberty di sinistra suggestione, dove su una parete è graffitato un disegno che è la chiave della vicenda. Ci sono delitti a catena, assai efferati in stile Argento. C’è un inglese che indaga, ed è il David Hemmings di Blow-up, coadiuvato da una giornalista italiana, una bellissima Daria Nicolodi molto icona Seventies, moglie di Argento e mamma di Asia. Si uccide, in Profondo rosso (anno 1975), perché in quella villa qualcuno in tempi lontani uccise. Ma cos’era successo davvero e perché quel passato ritorna? Stuolo di interpreti fantastici, da Gabriele Lavia figlio devoto a Macha Meril medium. C’è anche Clara Calamai, la diva del viscontiano Ossessione, qui riesumata in una sorta di Viale del tramonto sul Tevere. Chi se la dimentica più quella scena finale? Quell’ascensore? Colonna sonora che divelse le charts di allora.
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Reblogged this on i cittadini prima di tutto.
profondo rosso è un miracolo: nè horror, ne’ thriller, nonostante la sua veneranda età e le sue innumerevoli incongruenze (gli appassionati contano un errore ogni 5 minuti) mantiene inchiodata l’attenzione dello spettatore e inalterato il proprio fascino, dichiarando un’ottimo tasso di vedibilità che la maggior parte delle pellicole dell’epoca (anche dello stesso regista) hanno perso da tempo.
oltre che il suo maggior successo può essere visto come il precoce testamento registico del giovane dario argento, dato che i successivi suspiria ed inferno denotano un cambio di rotta deciso verso l’horror di maniera, e, seppur mantenendo qualche guizzo creativo distintivo tra le abbondanti autocitazioni, una chiara riverenza nei confronti dei due maestri del cinema nostrano de paura, bava e fulci, (la leggenda vuole che quest’ultimo girò addirittura alcune sequenze pulp del capitolo newyorkese delle tre madri).
Girato in lingua inglese, nella versione italiana porta con se’ un’evidente traccia della recente scorribanda del nostro nella commedia di casa nostra, il precedente le cinque giornate: il mondo in cui mark si muove è fatto di situazioni e personaggi al limite del grottesco (il commissario, la madre di carlo, il transessuale, gli accenni agli scioperi e ai sit in allora in voga, i siparietti in cui mark e gianna tentano di telefonarsi ma vengono costantemente disturbati…), che hanno lo scopo di stemperare momentaneamente la tensione, e quindi, paradossalmente, mantenerla costante; interessante notare che nella versione per il mercato anglosassone tali situazioni e/o personaggi vengono tagliati o presentati con dialoghi più seriosi che ne trasformano completamente le caratteristiche.
Il segreto della longevità di questo film sta nella capacità del regista di costruire un mondo parallelo nel quale la logica e la trama in se stessa perdono d’importanza, in cui il vero lascia il posto al verosimile e la realtà si lascia permeare dal sogno (o dall’incubo); nel perfetto uso della tecnica cinematografica al servizio dell’emozione; nel saper catapultare lo spettatore dentro un “viaggio” visivo auditivo ed emotivo capace di risvegliare paure ancestrali appartenenti all’ inconscio personale e collettivo.
peccato che la maggior parte dei critici di casa nostra continuino a trattarlo da film minore, quando all’estero viene considerato, giustamente, come un vero e proprio capolavoro che ha influenzato, non poco, registi anche più osannati…
ma come si fa ad impazzire per tarantino, quando proviamo imbarazzo per l’eredità cinematografica di casa nostra che l’ha dichiaratamente influenzato e che ha più volte omaggiato nei suoi lavori?
grazie per l’ospitalità… e complimenti per il tuo impegno a favore della fabbrica dei sogni.